L’idea
Da un po’ di tempo ho in testa un’idea: iniziare a fare consulenza IT.
Non è una fuga e non è un ripiego. È il desiderio di costruire qualcosa di mio: mettere le competenze accumulate in anni di lavoro — infrastrutture Linux, sistemi di hosting, virtualizzazione, automazione, sicurezza — al servizio di più progetti e più persone, invece di venderle a un solo datore di lavoro.
C’è anche una questione di tempo. Oggi il mio tempo è, di fatto, deciso da altri: orari, priorità, urgenze. La consulenza, nella mia testa, è la possibilità di gestirlo io — scegliere i progetti, decidere quanto e quando lavorare, e vedere direttamente il valore di quello che faccio. E, naturalmente, di ricavarne qualcosa che mi dia da vivere con le mie regole.
Cosa mi frena
Se fosse semplice, l’avrei già fatto. Le ragioni per cui sono ancora fermo sulla linea di partenza sono cinque, e tutte molto concrete.
Non ho ancora clienti. Sembra banale, ma è il punto: un’attività di consulenza esiste nel momento in cui qualcuno ti paga per risolvere un problema. Finché quel “qualcuno” non c’è, c’è solo un’idea — e le idee, da sole, non pagano le bollette.
Non sono un bravo “commerciale”. Sono un tecnico. Mi trovo a mio agio con i sistemi, le reti, i problemi da diagnosticare e le soluzioni da costruire; molto meno a vendermi, a fare networking, a parlare di me. Eppure la consulenza, per buona metà, è esattamente questo.
Non posso lasciare il lavoro sperando di trovare clienti. Questa è la ragione più seria. Ho responsabilità e persone che contano su di me: mollare un lavoro stabile per “vedere come va” non è una scommessa che posso permettermi. La sicurezza economica non è un lusso da cui partire: è la base che ti permette di rischiare.
C’è la burocrazia italiana. Aprire una partita IVA, scegliere un regime fiscale, versare i contributi, tenere la contabilità, rispettare le scadenze: un mondo di adempimenti che in Italia pesa più che altrove. Non è un ostacolo insormontabile — in tanti lo fanno — ma è una barriera reale, fatta anche di costi fissi che arrivano nei mesi in cui non fatturi un euro. Prima di partire va conosciuta bene, non scoperta strada facendo.
E il lavoro dipendente ha comunque i suoi vantaggi. Non voglio raccontarmi la favola dell’indipendenza a tutti i costi: lo stipendio che arriva a fine mese, le ferie pagate, la malattia, i contributi versati, la formazione, i colleghi con cui confrontarsi — e la possibilità di staccare davvero quando stacchi. Diventare consulente significa rinunciare a tutte queste reti di sicurezza: il reddito diventa variabile, tasse e contributi diventano un pensiero costante, e il lavoro non ti lascia mai del tutto. È un cambio di vita, non solo di contratto: meglio esserne consapevoli.
Come penso di partire
La risposta, a ben guardare, è una sola: partire come side job.
Tenere il lavoro e costruire la consulenza nel tempo che resta, con calma, senza stravolgere la vita.
- Iniziare in piccolo — qualche progetto, qualche cliente, senza lasciare nulla.
- Capire se funziona — se c’è domanda per quello che so fare, se riesco a gestire clienti, preventivi, tempi e aspettative, se mi piace davvero.
- Decidere solo dopo — quando (e se) il flusso di lavoro diventa stabile, allora avrà senso parlare di un cambio di vita.
Non ho fretta. Preferisco costruire qualcosa di solido in due anni piuttosto che bruciarmi in due mesi.
Nel frattempo
Mentre questa idea matura, sto anche guardando altrove: ci sono altri settori che mi incuriosiscono e che vorrei esplorare, per non mettere tutte le uova in un solo paniere. Ne parlerò in un articolo a parte.
Se ti serve un consulente IT
Chiudo con una nota pratica.
Se a qualcuno serve un consulente IT, sono a disposizione. Lavoro su infrastrutture Linux, sistemi di hosting, virtualizzazione, automazione, monitoraggio e sicurezza: se hai un progetto da avviare, un problema da risolvere o anche solo un’idea da valutare, scrivimi — su LinkedIn o su GitHub.